INTERVIEWS
Giuliano Zorman – Jazz Magazine – settembre 2005
 
DINO BETTI DELLE NOTE: IL RITORNO DI UN SIGNORE DEL JAZZ PER UN’ODISSEA IN JAZZ DAL FASCINO UNICO E CHE CI RICONSEGNA UN COMPOSITORE RITROVATO.
 
Ritorno discografico per il grande Dino Betti Van Der Noot, compositore per orchestra Jazz come pochi al mondo. Una chiacchierata amichevole con l’autore di “Ithaca/Ithaki“, la sua nuova fatica, che si impone come una delle opere orchestrali più interessanti e geniali di questi ultimi anni.
 
Conosco Dino da anni. Lo stimo e lo ammiro da sempre per la sua capacità di dare vita a opere entusiasmanti con la freschezza e la semplicità tipica dei grandi musicisti. A volte mi fa anche arrabbiare per la troppa modestia che manifesta; sembra non rendersi conto di ciò che compone, di come la sua musica sia affascinante ed assolutamente unica nel panorama del Jazz orchestrale contemporaneo. Ma Dino Betti van der Noot è fatto così: è innanzitutto uno degli ultimi gentiluomini in musica rimasti, un intellettuale fine, sensibile, profondo che non spende mai una parola fuori contesto, che sa sempre regalarti porzioni di saggezza e di umanità, come la sua musica appunto.
Vado a trovarlo nel suo ufficio milanese in un pomeriggio che promette pioggia.
Mi accoglie con quel sorriso disarmante ed iniziamo a chiacchierare di “Ithaca“, il suo ultimo disco per la Soul Note, che nel frattempo ho già ascoltato ed apprezzato.
Dino mi racconta di come abbia scelto i solisti per i particolari momenti solistici all’interno della composizione.
 
 “Non so mai se potrò avere effettivamente quel solista cui ho pensato scrivendo la parte. Quindi lascio aperte le porte delle possibilità. Gianluigi Trovesi è uno straordinario musicista, un solista splendido che sa sempre aggiungere qualcosa di suo, di personale alla mia partitura. Non devo mai spiegare molto, perché scrivo molto lineare, in modo da non lasciare troppi fraintendimenti. Gianluigi ha saputo entrare nella mia musica con grande partecipazione, da subito, ha capito perfettamente cosa mi aspettassi da lui e lo ha fatto meglio di quanto io potessi immaginare. Non osavo pretendere il suo risultato, ma oggi ascoltandolo non posso che esser felice del risultato. Come Vincenzo Zitello, d’altronde. Vincenzo non è un jazzista, e suona solo l’arpa celtica, quindi uno strumento con una gamma di suono estremamnete precisa, ma anche limitata. Siccome non mi interessa aderire ad una precisa estetica, ad uno stile, ma voglio trasmettere emozioni e condividerle con chi mi ascolta, Vincenzo si è rivelato una scelta perfetta: solo lui poteva darmi quei suoni e quei colori e così è stato. Come Famoudou Don Moye. So che tu, Giuliano, l’adori e lo hai sempre considerato un musiscista sottovalutato. Io lo conoscevo ma non ci avevo lavorato e ti posso garantire che è uno straordinario maestro di colori e di finezze ritmiche. Pensa che al termine delle registrazioni si è quasi scusato, dicendomi che avrebbe voluto suonare meglio. Tutti sono stati eccellenti, fondamentali per la riuscita finale ed ho potuto contare su solisti come Sandro Cerino, Giancarlo Schiaffini, Tiziano Tononi, Andrea Dulbecco, Jonathan Scully (percussionista della Scala – ndr), Ares Tavolazzi, Marco Ricci, la voce di Joyce Yuille, John Taylor al pianoforte“.
Nel CD infatti troviamo un bell’insieme dei migliori jazzisti italiani accanto ad alcuni ospiti stranieri, tutti perfettamente ispirati e al servizio della partitura di Dino, compositore anomalo, fuori schema, fuori regole di mercato, solitario poeta e sognatore.
 
 “Non componevo da tanto tempo. I motivi erano tanti e diversi. Credo che tutto nascesse dalla mia incertezza su come poter raccontare le storie che ho dentro. Stavo anche però rivedendo la mia posizione anomala all’interno del panorama musicale italiano. Io privilegio lo spirituale, il metafisico, il poetico, quindi esulo totalmente dalle logiche commerciali e quest’opera ne è una testimonainza chiara e netta. Credo nell’individuo, nella sua capacità di scelta, di esprimersi al di fuori degli schemi e dei sistemi”.
 
Dichiarazione di intenti più precisa non poteva esser fatta.
Ecco perché “Ithaca/Ithaki”. Perché l’uomo, sia esso il grande guerriero o l’Uomo in senso lato, dopo esser tornato a casa, aver avuto bisogno di un approdo sicuro al suo viaggio, alla sua ricerca di se stesso e del significato della vita, della propria esistenza, dopo aver sfidato se stesso, la natura, gli dei, il fato, sente ancora il bisogno della sfida, di riaffronatre il mare, di partire, di andare, di misurarsi nuovamente con se stesso.
Si parte con i quasi ventitre minuti di “Ithaca/Ithaki“, la cui genesi va ricercata per mare, ovviamente, altra grande passione di Dino che conosce benissimo Itaca e la cultura derivante da questo che non è solamente un luogo geografico, ma il fulcro di una cultura che abbraccia tutto un Continente. L’ispirazione deriva inoltre dalla poesia di Konstantinos Kavafis, immenso poeta greco e padre della moderna poesia greca.
Il nucleo tematico è in sé molto semplice, basato come è su tre note Sol-Mi-La che sono anche le tonalità base.
Come sempre accade con le compsizioni di Dino ci sono contrasti di struttura, ritmi, melodie, armonie utilizzati per introdurre i vari momenti, i vari episodi che compongono la traversata, il viaggio.
Ecco quindi le mancanze tipiche del viaggio, LE RINUNCE.. La mancanza di amore espressa con mirabile sapienza e poesia da quel “Acts of Love are Forever “, già inciso in “Here comes Springtime“ del 1985 ed oggi resa ancor più struggente e toccante dalla voce di Joyce Yuille e dal trombone di Schiaffini che dialoga con un impertinente flauto contralto di Cerino, mentre il piano di John Taylor ed il vibrafono di Andrea Dulbecco interagiscono come solisti prima che Schiaffini esploda nel suo travolgente solo.
Non esistono paragoni per questa composizione. Non puoi far riferimento ad alcun altro caporchestra, ad alcun big band leader attuale. Mi viene solo un accostamento con il sommo George Russell per la signorilità e la poesia insita nella scrittura, per la complessità dei contenuti, espressi però con una leggerezza ed una grazia assolutamente uniche e personali che sono ”Dino Betti“ e nessun altro. La capacità di scrivere temi e di far sì che il solista chiamato ad interpretarli riesca perfettamente a concepire quei suoni che l’autore voleva è dei grandi musicisti.
Come dei grandi musicisti è la capacirà di riappropriarsi di temi e volgerli alla propria personale visione ed estetica, come accade con il “Kyrie eleison“ conclusivo, che rappresenta l’esplosione finale di un viaggio , quel “qualcosa venuto da molto lontano sia nel tempo che nello spazio sotto forma di musica “.
Ecco quindi il canto gregoriano della “Missa de angelis“ preso come spunto solenne e grandioso per concludere un viaggio che forse è stato viaggio dentro di sé da parte dello stesso autore, tornato a deliziarci con le sue note.
Tutto è in perfetto equilibrio tra ragione e spiritualità,alla ricerca di un approdo che è lì a portata di mano, così sembra, ma a cui è possibile aggrapparsi solo se si seguono le tracce che il compositore lascia dietro di sé.
È splendido pensare che in un uomo che è un grande manager, che è maestro di comunicazione a 360° sia presente questa poesia, questa magia che lo fa essere un musicista unico, originalissimo, geniale, che superata la “sindrome da foglio bianco”,  che per troppo tempo lo ha tenuto lontano dalla musica è tornato con un’opera destinata a lasciare un segno molto importante per il Jazz nostrano.
Abbiamo in Italia un simile compositore, un simile talento compositivo e nemmeno ce ne accorgiamo quasi.
Certo, Dino è uomo solitario, che ama starsene in barca a vela, che non ha molto a che spartire con il microcosmo del Jazz italiano, e non a caso è più apprezzato e riconosciuto all’estero che non in patria.
Grazie a “Ithaca/Ithaki“ forse anche qui da noi se ne accorgeranno e potremo andar fieri di questa opera, firmata da un grande autore italiano. Bentornato Dino!!
 
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